Sono perfettamente conscio che, con il post di oggi, mi sto per infilare in un tunnel senza via di scampo: perché è un argomento delicato, foriero di dibattiti accesi e spesso irrazionalmente conflittuali, in cui le opposizioni si fanno nette e difficilmente conciliabili. E non è affatto un caso se il tag “politica” viene usato oggi per la prima volta dopo oltre un mese da blogger, anche se tante volte ne ho avuto la tentazione. Ma è altrettanto vero che non posso lasciarmi accusare così, impunemente, da chi crede di poter operare generalizzazioni indistinte senza analizzare le eventuali cause che stanno dietro ad una scelta.
(Mi) dicono: “I giovani non si interessano alla politica“. Falso, non ci interessiamo a questa politica. Che poi, a ben guardare, si sta allontanando a lunghe falcate da quella che dovrebbe essere l’idea originale della politica, non questo nuovo concetto annacquato e superficiale, pieno di parole ma assolutamente privo di un contenuto forte. A questo punto allora è normale la perplessità, il dubbio, la distanza, fino alla naturale deriva verso il distacco più o meno totale. Aggiungo: e non mi sento neanche troppo in colpa per questo (relativo) disinteresse verso la politica (ribadisco: relativo, e verso questa politica), se non fosse per quella vampata di sdegno che sale ad ogni nuova imbarazzante esternazione della cosiddetta “classe politica”.
Una classe di cui tu, giovane e votante, dovresti essere allo stesso tempo professore e preside - non per chissà quale superiorità, ma per diritto costituzionale di avere un peso determinante sulle loro sorti annuali nel governo del paese e della società civile, diritto operato secondo coscienza e (si spera) per il bene comune - e ti ritrovi invece ad essere semplicemente quello che ratifica le loro ridicole spartizioni di potere. A volte, allora, stando così le cose, ti prende la debolezza di andartene in letargo politico, con quella sensazione di impotenza bipartisan a cui non sai reagire, finché (purtroppo/per fortuna) accade qualcosa di “troppo grosso” per tacere ancora e si risveglia quello sdegno incautamente sopito.