Premettendo subito che non possiedo affatto 400.000 € per eventuali querele di diffamazione, quello che vado a raccontare è semplicemente la pura e semplice - e triste - verità. Mi reco in un ufficio delle Poste Italiane per inviare una cinquantina di lettere: uno di quegli uffici nuovi, apparentemente tecnologici e avanzati, coi suoi pannelli gialli e blu sparsi ovunque e gli indicatori elettronici a parete che scandiscono (con quel fastidiosissimo suono, c’è da dire) il turno di accesso agli sportelli. Sembra tutto ordinato, nuovo, funzionante, quasi all’avanguardia. Tutta apparenza, ma questo lo scoprirò solo più tardi.
Non spaventi il numero, sono normalissime lettere da inviare con un altrettanto semplicissimo francobollo. Anzi, a dire la verità 50 francobolli, che per inciso però non ho. Potrei passare in tabaccheria, è vero, ma essendo io distante solo pochi metri dal più vicino ufficio delle poste (peraltro quello più importante e grande della città, per cui mi sento in una botte di ferro) mi immagino che sia più facile e veloce compiere direttamente tutte le operazioni in posta, in un colpo solo.
La prima cosa che stupisce dell’ufficio delle Poste è il sistema di regolazione dei turni di accesso allo sportello. Sembrerebbe troppo facile destinare ogni sportello per un singolo e determinato tipo di operazioni: così, tanto per dare all’utente/cliente la sensazione di sapere quale sarà il suo destino di lì a poco. O almeno ogni sportello assegnato ad un certo gruppo di operazioni possibili, se proprio si vuole evitare di avere personale (di quelli addetti alle operazioni meno frequenti) disoccupato per gran parte della giornata. Invece no, ad ogni sportello si può teoricamente effettuare ogni tipo di operazione, e ogni sportello può chiamare in qualsiasi momento un qualsiasi codice: di conseguenza il tuo codice (lettera+numero) che all’entrata una delle macchinette ti ha sputato in mano non sa dirti con precisione se il tuo turno è tra 5, 10 o 100 persone. Bella idea!
Sorvoliamo, è un bel pomeriggio di sole e non voglio certo farmi rovinare l’umore da queste piccolezze. Aspetto. Arriva finalmente il mio turno. L’addetto che mi servirà è già tutto un programma: sui 50-60 anni, capello lungo e scarmigliato fino alle spalle, unto che si vede a distanza, modello sale&pepe; baffo rigoglioso nero da pirata d’altri tempi, barba incolta, sorriso beffardo di uno che ne ha viste tante in vita sua e ora sa che tocca a lui prendersi la rivincita sui poveri malcapitati. Pancia d’ordinanza da birraiolo convinto, strabordato sullo schienale della sedia, leggiadro come una balena spiaggiata, ha già capito al primo sguardo che gli chiederò qualcosa d’insolito e mi aspetta al varco.
Kobayashi: buonasera, dovrei spedire queste lettere
(mostro il pacco di corrispondenza per fargli capire l’entità della richiesta)
sono circa una cinquantina, ancora da affrancare, posso farlo direttamente qui da voi?
impiegato (prendendole in mano e controllandone due o tre a campione): ma queste sono senza francobolli!
Kobayashi (pensando a cosa non fosse chiaro del verbo “affrancare”): …
impiegato: bene, ci sono due alternative. O vai (me lo dice proprio così, dandomi del tu - ndK) in una tabaccheria, prendi 50 francobolli, glieli appiccichi su e mi riporti le lettere da spedire oppure posso farlo io da qua, ad un costo di 60 centesimi per il francobollo più 4 centesimi in più per ogni lettera.
Kobayashi (facendo un rapido calcolo penso: in fondo sono solo 2 euro in più, che peraltro non pagherei io, ma il mio capo: un sovrapprezzo ragionevole, se mi risparmia la gita dal tabaccaio sotto il sole a 35 gradi e la successiva perdita della preziosa idratazione della lingua): vada per la seconda opzione.
A questo punto (ingenuo!) pensando a chissà quale diavoleria tecnologica aguzzo la vista per assistere alla meravigliosa potenza delle Poste: mi aspetto qualche macchinetta-automatica-che-mi-timbra-cinquanta-lettere-in-meno-di-trenta-secondi e invece, da un sorriso di quelli tipici di chi sta per osservare qualche gadget ipertecnologico per la prima volta, la mia espressione si muta rapidamente prima in delusione e poi in incredulità. Se non fossi in un posto pubblico con tanta gente che sta pazientemente attendendo il proprio turno, e che fin da quando mi ha visto entrare con 50 lettere mi odia visceralmente avendo intuito che creerò grossi problemi ai turni di accesso allo sportello, mi verrebbe istintivo assumere la posizione simil-autistica in stile Rolando di Mai dire Gol (ai suoi bei tempi andati) poco prima che pronunciasse il famoso tormentone “nooon ci pooooosso creeeedere!“.
L’infausta scena che mi si presenta davanti infatti assomiglia ad un film horror per geek: l’impiegato stampa le etichette da apporre su ogni busta una per una, inserendo di volta in volta tutte le informazioni necessarie (peraltro sempre uguali per tutte le lettere, e nonostante questo ogni volta tocca re-inserire tutti i dati di invio) nella maschera del programma gestionale presente nella propria postazione informatica. Esatto: una per una, senza la possibilità (o almeno così lui sostiene, “e se si può fare non me l’hanno mai detto“) di vedere perlomeno tutte le cinquanta etichette fuoriuscire rapidamente e contemporaneamente da quell’aggeggio stampa-adesivi. E così, nello stillicidio infinito dell’operazione, osservo mestamente la stampa di un’etichetta-francobollo per volta aggiungersi all’estenuante ignavia dell’impiegato che, quasi a proprio agio nel perdere tempo in quella noiosissima operazione, quasi si esalta nell’associare lentissimamente ogni etichetta alla sua legittima lettera.
Il tutto, tanto per migliorare la situazione, avviene in un monologo continuo oscillante tra discorsi degni del peggior membro del Ku Klux Klan e grezza ironia sulle supposte grazie delle colleghe di lavoro - fatte peraltro ad alta voce appositamente per farsi sentire.
Morale della favola: oggi ho capito, per quei 4 centesimi a lettera in più, che non necessariamente i soldi fanno la felicità.
By Lary on Giu 27, 2008 | Reply
Curiosità: dopo quanto sei uscito dalle Poste?
By Kobayashi on Giu 27, 2008 | Reply
Tra attesa per accedere allo sportello e tutta l’etichettatura manuale delle 50 buste direi non meno di tre quarti d’ora. La gente dietro di me non sapeva se ridere o piangere, dato anche il fatto che a quell’ora l’ufficio delle Poste era a ranghi ridotti (= pochi sportelli aperti): io ogni tanto li guardavo come per scusarmi, anche se evidentemente non era proprio colpa mia.