Fin dove può spingersi la satira, politica in questo caso? E’ quello che si sta chiedendo l’America dopo la pubblicazione di una controversa copertina di Barry Blitt (non certo nuovo a copertine provocatorie di questo tenore) su The New Yorker, il magazine “intellettuale” della Grande Mela: come si vede nell’ingrandimento sottostante, la vignetta raffigura il candidato democratico alla Presidenza degli Stati Uniti Barack Obama e sua moglie Michelle nel famoso Studio Ovale della Casa Bianca, vestiti da terroristi. Il contorno non è certamente meno allusivo: la bandiera americana che brucia nel camino e il ritratto di Osama Bin Laden appeso alla parete, con un copricapo identico a quello indossato da Obama.
“Offensiva e di dubbio gusto” è stata la reazione sdegnata dell’entourage di Barack Obama, e con simili parole la copertina è stata bollata anche dallo staff del senatore John McCain, candidato repubblicano e avversario di Obama nella corsa alla Casa Bianca. Il vignettista si difende sostenendo che l’illustrazione è chiaramente provocatoria, frutto semplicemente della traduzione su carta di un pregiudizio che sembra diffuso da mesi in alcuni ambienti della società americana e noto come “politica della paura”:
I think the idea that the Obamas are branded as unpatriotic [let alone as terrorists] in certain sectors is preposterous. It seemed to me that depicting the concept would show it as the fear-mongering ridiculousness that it is.
Dove si pone dunque il limite della satira, e quando essa diventa diffamazione o attacco personale?
Per chi ha seguito un po’ i telegiornali negli ultimi giorni non dev’essere una grossa sorpresa, tuttavia fa interrogare l’infelice uscita del Ministro del Lavoro Sacconi che sabato, in un discorso durante la festa nazionale della CISL, si è lasciato scappare un bel “vaffa” in risposta ad una contestazione a base di fischi e rumoreggiamenti in sala - dopo una sua allusione alla “giustizia politicizzata” (sulla scia delle sempre più frequenti esternazioni in merito del Presidente del Consiglio Berlusconi) che non è piaciuta affatto ad alcuni esponenti del sindacato che seguivano la conferenza.
Pubbliche virtù e privati vizi? Non in questo caso, dato che l’insulto si è distintamente sentito in sala ed è stato prontamente registrato in un video caricato su Youtube
Si può comprendere la debolezza e il fastidio di sentirsi attaccare magari in modo anche rozzo e antipatico (nel video non si sentono le esatte parole dei contestatori, solo un rumore indistinto e dei fischi), ma da chi ricopre un ruolo pubblico - specialmente se così delicato e importante come quello di essere un ministro dello Stato italiano - ci si aspetta e si dovrebbe esigere un livello di autocontrollo e rispetto per l’opinione altrui superiore alla norma. Se non si è capaci di mantenere la calma e il rispetto in occasioni pubbliche ci si deve fare da parte; e soprattutto, almeno per la dignità personale e per mantenere un minimo di credibilità, si potrebbero evitare scuse puerili e ridicole come questa per giustificarsi, come se un microfono abbassato bastasse a stemperare la stupidità di una brutta reazione.
Stupisce inoltre che nessuno abbia preso le distanze da questo episodio, e che nessuno abbia richiesto al ministro almeno un minimo di pubbliche scuse. E’ l’Italia, baby.
La storia ormai la sanno tutti, tanta è stata l’esposizione mediatica di questa querelle infinita partita da RaiTre e schizzata velocemente tra carta stampata e Internet. Marco Travaglio, ospite della trasmissione di Fabio FazioChe tempo che fa, parlando del suo nuovo libro attacca il neo-presidente del Senato Renato Schifani per le sue presunte collusioni con soggetti condannati per mafia. Apriti cielo! Il giorno dopo infuria la polemica, tanto che nella puntata successiva Fazio è costretto a dissociarsi in diretta dalle affermazioni espresse da Travaglio durante la puntata della sera precedente.
Poi c’è Repubblica: dalle colonne del noto quotidiano nazionale arriva inaspettata una dura critica a Travaglio, per bocca del giornalista Giuseppe D’avanzo. Travaglio, combattivo e per nulla intimorito, non ci sta a prendere lezioni di giornalismo e risponde “alla sua maniera”, cercando di collocare l’attenzione non tanto alle questioni di modo ma piuttosto sulla verità dei fatti. Anche D’Avanzo non è certo l’ultimo arrivato, e accetta la disputa dialettica a distanza con il collega giornalista: nella foga di controbatterlo sul suo stesso campo, però, fa sfociare la sua invettiva nell’accusa personale, parlando di “metodo Travaglio” e portando alla luce presunte connessioni e amicizie tra lo stesso Travaglio e alcuni personaggi di losca provenienza, condannati per “associazione a delinquere di stampo mafioso”. Un colpo basso, dunque: il fustigatore che si ritrova fustigato, l’accusatore che si vede messo lui stesso sotto processo.
Ancora una volta Umberto Bossi non manca di aggiungere il suo tipico folklore secessionista alla dialettica politica nazionale: non certo nuovo a dichiarazioni sopra le righe, commentando l’affermazione del neo-presidente della Camera Gianfranco Fini sul valore del tricolore il leader leghista ha prontamente tenuto a precisare: “L’Italia ha il tricolore, la Padania ha la sua bandiera, verde e bianca“.
Forse è il caso, aldilà del risultato delle elezioni, di interrogarsi seriamente e senza faziosità politiche su come appariamo agli altri dall’esterno.
Seguendo negli ultimi giorni il tremendo polverone alzato da più parti contro la presunta difficoltà di esprimere correttamente il proprio voto alle imminenti elezioni politiche, riflettevo su una cosa: solo a me non sembra una missione così impossibile quella di riuscire a tracciare una semplice X rimanendo dentro al bordo riquadrato della scheda elettorale?
E’ grazie alla pronta segnalazione di Pino (”aldilà del credo politico” come specifica lui stesso) che vengo a conoscenza di un simpatico tool online che va a stuzzicare una delle frontiere ancora inesplorate della campagna elettorale dei partiti in vista delle elezioni politiche oramai imminenti. La propaganda via Internet assume così una forma inedita attraverso questo vero e proprio generatore di manifesti personalizzati, con il proprio nome (non al posto del candidato, purtroppo, il che sarebbe potuta essere un’idea e una sdrammatizzazione altrettanto divertente) a campeggiare sugli annunci elettorali di uno dei due grandi schieramenti politici che si presenteranno alle elezioni del prossimo 13 e 14 Aprile.
Rialzatianchetu è una piccola applicazione che permette appunto di personalizzare, in modo rapido e intuitivo, due dei manifesti elettorali del PdL con il proprio nome o, eventualmente, con il nome di qualche amico/conoscente; si potrà in seguito salvare il risultato finale sul proprio PC oppure inviarlo più o meno goliardicamente via e-mail tramite una semplice procedura a chiunque si voglia. Attualmente non sono disponibili tutti i nomi esistenti, e tantomeno i nickname, ma si può fare una richiesta specifica per un nome particolare alimentando il database interno del sistema e attendendo con pazienza la disponibilità del proprio manifesto personalizzato.
Attendo “con ansia” il mio ironico Rialzati, Kobayashi! appena richiesto, e nel frattempo l’esempio in foto è stato scelto in piena par condicio.
Mancano circa due settimane al voto, tempo quindi di ultimi sondaggi pre-elettorali. La Camera, il Senato, il “voto utile”, le famigerate forchette. Numeri e dati che non sempre ci prendono, anzi spesso e volentieri delineano una situazione non propriamente chiara e corrispondente alla realtà dei fatti. Si inserisce in questo ambito il progetto VoiSieteQui di OpenPolis, associazione indipendente e senza scopo di lucro “per una politica liberamente accessibile, modificabile e migliorabile dalla comunità degli utenti“.
Politica 2.0? Può darsi, nel frattempo mettono a disposizione un interessante strumento accessibile direttamente online che, tramite 25 domande sugli argomenti più importanti di politica nazionale ed estera (dal problema casa all’Afghanistan, dal conflitto di interessi alle pensioni), genera un grafico (vedi immagine) che rappresenta la distanza di ogni soggetto rispondente rispetto a ciascuno dei maggiori partiti candidati alle elezioni del 13-14 aprile prossimo. La distanza da ogni formazione parlamentare è calcolata tenendo conto dei programmi ufficiali dei singoli partiti, e alla fine il grafico fornisce un’idea (sommaria, certo, e senza velleità di perfezione) abbastanza indicativa sulla propria collocazione politica attuale.
Interessante (!?) scambio di opinioni tra due primedonne della politica italiana di (centro-)destra, Alessandra Mussolini e Daniela Santanché, che fanno sfoggio di invidiabile finesse e di reciproche buone maniere: ma un passaggio in particolare merita maggiore attenzione
Certo, peccato solo per l’omissione di alcuni piccoli dettagli insignificanti: la dittatura, il consenso tramite la violenza, le infami leggi razziali del ‘38, la deportazione degli ebrei, l’entrata in guerra su un Asse sciagurato e l’incapacità di vincere anche solo una volta una battaglia con le proprie forze.
E questa signora si candida a rappresentare tutti gli italiani? Mah.
Sono perfettamente conscio che, con il post di oggi, mi sto per infilare in un tunnel senza via di scampo: perché è un argomento delicato, foriero di dibattiti accesi e spesso irrazionalmente conflittuali, in cui le opposizioni si fanno nette e difficilmente conciliabili. E non è affatto un caso se il tag “politica” viene usato oggi per la prima volta dopo oltre un mese da blogger, anche se tante volte ne ho avuto la tentazione. Ma è altrettanto vero che non posso lasciarmi accusare così, impunemente, da chi crede di poter operare generalizzazioni indistinte senza analizzare le eventuali cause che stanno dietro ad una scelta.
(Mi) dicono: “I giovani non si interessano alla politica“. Falso, non ci interessiamo a questa politica. Che poi, a ben guardare, si sta allontanando a lunghe falcate da quella che dovrebbe essere l’idea originale della politica, non questo nuovo concetto annacquato e superficiale, pieno di parole ma assolutamente privo di un contenuto forte. A questo punto allora è normale la perplessità, il dubbio, la distanza, fino alla naturale deriva verso il distacco più o meno totale. Aggiungo: e non mi sento neanche troppo in colpa per questo (relativo) disinteresse verso la politica (ribadisco: relativo, e verso questa politica), se non fosse per quella vampata di sdegno che sale ad ogni nuova imbarazzante esternazione della cosiddetta “classe politica”.
Una classe di cui tu, giovane e votante, dovresti essere allo stesso tempo professore e preside - non per chissà quale superiorità, ma per diritto costituzionale di avere un peso determinante sulle loro sorti annuali nel governo del paese e della società civile, diritto operato secondo coscienza e (si spera) per il bene comune - e ti ritrovi invece ad essere semplicemente quello che ratifica le loro ridicole spartizioni di potere. A volte, allora, stando così le cose, ti prende la debolezza di andartene in letargo politico, con quella sensazione di impotenza bipartisan a cui non sai reagire, finché (purtroppo/per fortuna) accade qualcosa di “troppo grosso” per tacere ancora e si risveglia quello sdegno incautamente sopito.
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