L’immagine che meglio rende l’idea di quanto sia sottile il filo che ancora ci lega a questi Europei di Austria/Svizzera 2008 è proprio questa: la mano (e pochi istanti dopo anche il piede) di Gigi Buffon che respinge, sia pure un po’ fortunosamente, il rigore di Adrian Mutu al minuto 36 della ripresa di Italia-Romania. Ne mancano nove alla fine più recupero, e tutta l’Italia del pallone viene percorsa da un brivido quando l’arbitro Ovrebro assegna la massima punizione a favore dei rumeni. Non ci sono molti calcoli da fare, e il ragionamento si insinua veloce tra le sinapsi di ogni tifoso: il tempo rimasto è poco e se quella sfera si dovesse depositare in rete significherebbe quasi sicuramente dover dare l’addio anticipato a questi Europei. Troppo pochi nove minuti per riprendersi in mano una partita stregata, ancora troppo forte lo sconcerto per un rigore a prima vista non così solare (ma che poi alla moviola si dimostrerà giusto), sempre vivido il ricordo di un gol ingiustamente annullato. Negli occhi ancora il caso-Van Nistelrooy, nella mente già qualche pensiero complottista dovuto allo stridore tra l’essere campioni del mondo ed esprimere un gioco così poco convincente.
Tante emozioni contrastanti, molta incredulità, qualche bandiera bianca innalzata forse troppo presto: e invece san Gigi da Carrara si allunga sulla sua sinistra e con un riflesso inaspettato alza mano e piede, a formare un inconsueto muro umano che risulta invalicabile al momento dell’impatto con il pallone. Pericolo scampato, siamo ancora vivi.
L’anno 1 d.M. (dopo Moggi) poteva essere l’anno della rinascita del calcio, e invece le macerie di Calciopoli (nome squallido almeno quanto la vicenda che rappresenta) continuano ad ostacolare lo svolgimento sereno del campionato di Serie A. Errori macroscopici si susseguono partita dopo partita, e nei ritrovi delle tifoserie divampano le polemiche sulla classe arbitrale, alla quale finora non sembra aver giovato la guida sapiente di Pierluigi Collina, per molto tempo considerato il miglior arbitro del mondo. L’attuale designatore, infatti, pare non essere ancora riuscito a portare nell’ambiente quella ventata di esperienza e tranquillità che ha sempre dimostrato ai tempi della sua attività e che ci si aspettava avrebbe trasferito alla nuova, ancora inesperta e fragile compagine di fischietti nostrani.
Ma forse sta proprio qui il problema, aldilà delle tesi più o meno complottistiche che si possono reperire in giro per il Web e nei cosiddetti “salotti buoni” dell’opinionismo televisivo: questa classe arbitrale è nuova, ancora inesperta e fragile.
Nuova, perché il processo al sistema Moggi ha portato - direttamente o indirettamente - all’allontanamento di alcuni arbitri di vecchia data che sono stati sostituiti da giovani di belle speranze ma che, proprio per questo, non possono ancora dirsi pronti al palcoscenico del grande calcio.
Ancora inesperta, perché è palese che il mondo della Serie A sia tutta un’altra cosa rispetto ai campionati di serie minori a livello di pressioni, di attese, di antagonismo, di interessi in gioco.
Fragile, perché la nomea ricevuta in eredità dalla precedente gestione arbitrale pesa come un enorme macigno sulla credibilità dell’intera categoria e grava quasi totalmente sulle spalle di questo manipolo di pur volenterosi uomini che, ogni domenica, permettono con il loro complicatissimo ruolo lo svolgimento del gioco più bello del mondo.
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